Io non ho paura

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    8 aprile - Ore 16.00 - Cavallerizza Reale - Via Verdi 9 - Torino

    Prevenire la violenza?

    Conversazione fra Federico Condello, Gad Lerner e Jole Orsenigo

    In una società che vede accrescersi a dismisura il tempo vuoto, perché il lavoro retribuito scarseggia e non riempie più la giornata, l’umana ricerca di emozioni tende a riversarsi nelle più diverse forme di intrattenimento fornite della realtà virtuale. La “classe inutile” (Harari), sempre più numerosa, si contraddistingue anche per l’esercizio di una violenza verbale che le statistiche indicano - per ora - come sostitutiva della violenza fisica. Questo fenomeno, però, si verifica solo nelle regioni del pianeta che garantiscono almeno la mera sussistenza ai loro abitanti. Dove invece regna la povertà, la pratica quotidiana della violenza subisce un’accelerazione.

    Fino a quando reggerà questa dicotomia? L’esperienza storica sembra indicare come ineluttabile, prima o poi, il passaggio dalla violenza verbale alla violenza fisica. Il passaggio dalla simbologia alla fisicità si avvale oggi di nuove tecniche che consentono di plasmare e addestrare il corpo, finanche nel suo aspetto esteriore. Bastano un tatuaggio, delle borchie, una barba, una rasatura, per manifestare un’attitudine minacciosa coltivata poi in palestra o al poligono di tiro: un’ideologia si può incorporare nella foggia del combattimento. La nostra società rischia di popolarsi di guerrieri senza esercito, figli dei videogiochi che smettono di funzionare da esorcismo.

    Gad Lerner

    Non esiste gesto educativo senza esercizio di potere (e d’amore); il che non legittima affatto tutte le forme che il «sadomasochismo pedagogico» ha assunto e può assumere. Prima di porre la questione di come prevenire la violenza, occorrerebbe riconoscere la “violenza” necessaria e utile a educare.

    Questo non significa legittimare la forma negativa dei dispositivi pedagogici tradizionali (tu non devi…, tu non puoi…) né le forme positive moderne, dolci, ovvero la «disciplina» e la «semio-tecnica», studiate da Michel Foucault. Bisognerà piuttosto avere il coraggio di assumere ancora – e responsabilmente – un compito che gli adulti non possono non reggere: riuscire a riconoscere la propria finitudine mentre si è ingaggiati in un’esperienza educativa. L’unico modo per non esercitare cinicamente questo potere è riconoscersi soggetti allo stesso potere, accettando che il ruolo educativo comprenda in se stesso una componente violenta. Da un punto di vista pedagogico, per un adulto, prevenire la violenza significherà allora esporsi al desiderio di educare, consapevole della violenza insita nella risposta a un appello, quello di chi desidera essere educato. Questi potrà diventare attivo solo in quanto sarà stato a sua volta capace di passività.

    Jole Orsenigo


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BC Gurus