Io non ho paura

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    8 aprile - Ore 12.00 - Cavallerizza Reale - Via Verdi 9 - Torino

    Il terrore spiegato ai bambini

    Dialogo fra Uberto Zuccardi e Elisabetta Biffi

    Nel mio intervento tratterò brevemente due piani del rapporto tra i bambini e il terrore. Un piano psichico e un piano che tocca l’attualità dello spettacolo del terrore. Il primo piano riguarda il termine “terrore”: se il terrore è il livello più alto della paura, che implica la paralisi, l’insopportabilità assoluta di una realtà minacciosa, i bambini sono, in quanto esseri umani, esposti all’inizio della vita all’esperienza del terrore, o dell’angoscia, o del trauma. L’inizio della vita imprime nello psichismo la traccia del “terrore”. I bambini sono “esperti” della paura, come ci insegna Freud con il caso del piccolo Hans, o Melanie Klein con la fase schizo-paranoide. In questo senso il “male”, l’insopportabile, il sentimento della morte, è una componente fondamentale del reale psichico. Senza tralasciare l’elemento pulsionale che a partire da questa traccia originaria fa del male, della paura, della morte una irresistibile fonte di attrazione. Il secondo punto riguarda l’esposizione contemporanea dei bambini allo spettacolo del terrore: poiché il fascino della violenza che invade la scena pubblica, talvolta l’esaltazione della violenza come valore fallico, o del generare terrore come godimento sadico che mette sotto scacco la società contemporanea, a partire dal terrorismo di cui tutti i bambini sono a conoscenza, è amplificato dall’ampiezza dei mezzi di comunicazione, come possono gli adulti “spiegare” ai bambini la negatività del male, la sua insensatezza, affinché non diventi per loro, tragicamente come è già stato, normale, banale.

    Umberto Zuccardi

    Gli adulti, in special modo coloro i quali rivestono un ruolo educativo verso i minori (siano essi genitori, insegnanti, educatori e altro ancora) sono chiamati ad una funzione che sia anche di mediazione fra i più piccoli e la complessità del mondo. L’importanza e la necessità di spiegare ciò che accade, anche di fronte a situazioni drammatiche, è ormai ampiamente e diffusamente riconosciuta dalla comunità scientifica così come dall’opinione pubblica.

    Eppure, se i fatti, gli accadimenti, possono essere spiegati, i vissuti necessitano di essere compresi, il che significa anche essere in grado di mettere in parola quanto si sta vivendo, ma non solo questo. Il terrore è qualcosa che fa tremare, scuote il corpo e impedisce l’azione, toglie il respiro. Esso è esperienza perturbante per eccellenza. La prima istintiva forma di protezione, di fronte a tale vissuto, è forse comprensibilmente la fuga e l’evitamento, da mettersi in atto soprattutto verso i più piccoli: allontanarli dall’esperienza del terrore, minimizzarne i segnali, tacere. Trovare, invece, forme di mediazione fra il dovere di spiegare e il bisogno di comprendere il terrore è proprio la sfida educativa su cui si andrà riflettendo nel corso del presente contributo.

    Elisabetta Biffi


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BC Gurus