Io non ho paura

Gli eventi del Festival

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    7 aprile - Ore 12.00 - Cavallerizza Reale - Via Verdi 9 - Torino

    Eredità della violenza e del terrore

    Dialogo fra Federica Manzon e Francesco Stoppa

    Eredità e violenza

    Qual è oggi lo spazio della letteratura davanti alle nuove forme di violenza e terrorismo? Cosa può dire rispetto ai discorsi della politica, della sociologia, della psicanalisi? Come si articola il rapporto della finzione con una violenza già da subito spettacolarizzata e narrativizzata? Forse la posta in gioco sta nel movimento più proprio della letteratura: il permettere al lettore di fare esperienza di ciò che resta di irriducibilmente umano nei comportamenti più inumani, quelli che suscitano in noi un’istintiva presa di distanza, una differenza. In questione per gli scrittori è la possibilità di raccontare il male, non tanto nel suo legame con la morte o il nulla, ma piuttosto nel legame che mantiene con la vita, con il desiderio, con l’affermazione di sé.

    Entrare nella testa di un terrorista, mettere in scena l’impatto deflagrante che la violenza ideologica ha sui legami di sangue, o mostrare il particolare legame di tipo familiare che unisce degli estranei attorno a gesti e comportamenti violenti forse allora aiuta a leggere la violenza – e in particolar modo a quella terroristica –, non come una manifestazione che riguarda il diverso da noi, ma come una soglia che siamo sempre a un passo dal superare.

    Federica Manzon

    La passione furiosa - Il terrorista fuori e dentro di noi

    L’aggressività caratterizza da subito il rapporto che l’uomo intrattiene con se stesso prima ancora che coi propri simili o il mondo. Un fenomeno che non ha nulla di naturale, ma che risente anzi della sua condizione di strutturale separatezza dal reale. L’insostenibile, ciò davanti a cui si scopre sempre in difetto, sempre discordante, impreparato, prematuro, perfino frammentato, è la vita: tanto più quanto questa vita che lo attraversa e di cui, come scrive Lacan, “non si sa niente”, la si vorrebbe, come nella nostra epoca, catturare senza resti nelle maglie dei linguaggi moderni, negli automatismi della sempre più efficiente macchina umana.

    Dalla frustrazione derivante dall’oscura consapevolezza di tale ostinata dissidenza del reale, nasce e si alimenta la “passione furiosa” che, nell’incapacità di assumere la propria lacerazione originale, porta l’uomo, spesso con violenza, a cercare di imprimere nella realtà la propria immagine. Al di là delle possibili conseguenze esiziali, sul piano generale, di tale volontà di potenza, tutto ciò ha a che fare con le mire razionaliste dell’io e con la sua fissazione per la buona forma (per l’immagine ad esempio), un fenomeno evidente nel culto individualistico del soggetto occidentale di oggi. In altre culture, sul piano stavolta del collettivo, si produce invece un’adesione acritica a un Ideale religioso o culturale che percepisce la nitidezza dei propri principî minacciata dall’intrusione di una potenza giudicata tanto arrogante ed espansiva quanto corrosiva e maligna.

    Nella genesi del terrore occidentale che fa eco agli atti terroristici di chi si sente espropriato della purezza della propria identità originaria, si può forse cogliere, all’interno di un quadro reso drammatico dall’assenza di una Politica, la versione moderna dell’odio reciproco.

    Francesco Stoppa


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BC Gurus